Ci sono  donne affascinanti, sensibili, intelligenti, professionalmente realizzate,  ma incastrate in relazioni malsane da cui non riescono a tirarsi fuori. Viene da chiedersi come mai queste donne manifestano una profonda insicurezza relazionale e un’immensa paura della solitudine tale da spingerle alla ricerca ossessiva di qualcuno per avere un po’ di affetto e a qualsiasi prezzo.

Dalla ricerca bibliografia, la problematica portata da queste pazienti rientra in una patologia specifica: la dipendenza affettiva.

La dipendenza affettiva è un quadro serio, a volte molto grave. Si tratta di una forma patologica d’amore (love addiction) nella quale l’individuo, solitamente la donna, dedica completamente tutto il suo corpo e tutta la sua mente all’altro. Il partner scelto si trasforma in una “droga” alla quale la dipendente deve continuamente attingere per riempire un vuoto affettivo presente fin dall’infanzia. I sintomi della dipendenza affettiva sono molti e vari (ansia generalizzata, depressione, insonnia, inappetenza, malinconia, idee ossessive) e questo rende difficile per lo specialista riconoscere tale disagio.

La dipendenza affettiva si inserisce nella più ampia categoria delle nuove dipendenze, che comprendono tutte quelle forme di dipendenza in cui non è implicato l’intervento di alcuna sostanza chimica (droga, alcol, farmaci), ma l’oggetto della dipendenza è rappresentato da comportamenti o attività che sono parte integrante della vita quotidiana (Dupont, 1998; Briciolo, 2004). Nel caso della love addiction la dipendenza si sviluppa nei confronti di una persona. I dipendenti affettivi, solitamente donne (il 99% dei soggetti dipendenti affettivi sono di sesso femminile, Miller 1994), nell’amore vedono la risoluzione dei loro problemi. Sono donne fragili che, alla continua ricerca di amore che le gratifichi, si sentono inadeguate. Queste persone elemosinano attenzioni e continue conferme, poiché tutto ciò le aiuta a sentirsi sicure e forti, contrastando così l’impotenza, il disagio, il vuoto depressivo che cercano compulsivamente di riempire con l’oggetto d’amore. Tale condizione di assoluta dedizione all’altro determina una progressiva riduzione dei propri spazi d’indipendenza, implica il disinteresse per tutto quanto non riguardi l’oggetto d’amore. Chi soffre di questa forma di dipendenza vive come pericolo ogni altro rapporto ed è ossessionato dall’idea di perdere il partner (Guerreschi, 2011). Il dipendente affettivo non riesce a beneficiare dell’amore nella sua profondità ed intimità. Al contrario quello che ricerca è un piacere immediato, l’alleviamento di una tensione o il superamento di un’insicurezza. Una volta raggiunto l’appagamento, esso risulta così tranquillizzante, appagante, liberatorio che si ha voglia di rivivere ed innescare tutto il percorso. La persona dipendente non è assolutamente in grado di uscire da una relazione anche se ammette che la relazione stessa è senza speranza, insoddisfacente e spesso autodistruttiva.

Potremmo sintetizzare il pensiero di queste donne con questa affermazione: “non posso stare con te, ma neanche senza di te”. “Non posso stare con te” per il dolore che si prova in seguito alle umiliazioni, ai maltrattamenti, ai tradimenti. “Non posso stare senza di te” perché è indicibile la paura e l’angoscia che si prova al solo pensiero di perdere la persona amata. La peculiarità di questo tipo di dipendenza è che si tratta di un disagio psicologico che è in grado di vivere nascosto nell’ombra anche per l’intera vita di una persona. Giddens (1995) osserva che “le dipendenze che hanno come oggetto degli obiettivi socialmente accettabili (lavoro, amore, ecc..) sono meno facilmente riconosciute come tali, sia da parte dell’individuo stesso che dagli altri”.

La dipendente affettiva in genere non è capace di chiedere accudimento per sé e di esprimere adeguatamente paure e bisogni. Anche in età adulta continua ad alimentare all’interno della propria famiglia d’origine l’idea di essere una donna forte lasciando trapelare le proprie difficoltà solo attrverso i sintomi (ansia, insonnia…). Queste donne raramente sono riuscite a parlare in modo esplicito alla famiglia dei propri disagi.

Il Centro clinico clarense offre un percorso di gruppo per aiutare queste donne ad esprimere il proprio dolore in modo costruttivo e dare un senso a quello che sta accadendo loro, con l’intento di stimolare cambiamenti di tipo tipo relazionale.

Dott.ssa Raffaella Balducchi